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CRITICA DELLA STORIA

Quaderni di studi storici

LA GLORIA E L’OBLIO, ENRICO CAVIGLIA

images28WJ4IN8Londra, Buckingham Palace, 1920: un uomo alto, robusto, lo sguardo fiero, vestito di nero con un grosso cappello a cilindro, esce dal portone principale, saluta le guardie del servizio di sicurezza e sale su un taxi che lo sta attendendo. È un Italiano, ed è appena stato a colloquio con il re d'Inghilterra. Si chiama Enrico Caviglia, il Generale Enrico Caviglia. Finale Ligure, aprile 2006, in cima al capo di San Donato v'è la sua tomba. Ci si arriva inerpicandosi per una stradina tortuosa in mezzo alle case. D'inverno è battuta dal vento, sotto un cielo d'acciaio, davanti a un mare in tempesta; d'estate, in un mistico silenzio, sotto la volta di un cielo turchino, essa sovrasta un mare placido nel quale, parafrasando Leopardi, anche naufragare sarebbe meraviglioso. È il luogo ideale per la tomba del generale. Per il senso di grandezza che suscita e per la sua lontananza dalle umane vicende. Caviglia infatti, è un uomo avvolto dal silenzioso oblio della Storia, dall'ingratitudine e dall'ignoranza degli uomini. Rievochiamone per un momento la figura, poiché come ammoniva Benedetto Croce " la storia nostra è storia della nostra anima; e storia dell'anima umana è la storia del mondo".

 

Enrico Caviglia è un Ligure di Finalmarina dove nasce nel 1862, frequenta l'Accademia militare, è ufficiale di carriera, partecipa alle campagne d'Africa della fine dell'800; è presente anche alla battaglia di Adua. Per essere scampato al massacro chiede ed ottiene di essere messo sotto inchiesta. Viene prosciolto. È poi addetto militare straordinario a Tokio, osservatore presso le truppe giapponesi delle operazioni di guerra in Manciuria contro la Russia; é ancora addetto militare presso le ambasciate di Tokio e Pechino. Rimane in quelle terre sino al 1911. Ritorna a casa attraversando l'Asia da solo, in sella a un cavallo, con un sacco di riso e uno di thè appesi alla sella. Si fermerà solo sulle rive del mar Nero. Basterebbe questo avventuroso viaggio a farne una figura leggendaria. Ma vi è di più. Molto di più. Nel 1912 partecipa alla Campagna di Libia; in Tripolitania e Cirenaica è incaricato delle trattative per lo sgombero delle truppe turche e per la pacificazione dei capi arabi e berberi.
Prende parte alla carneficina della 1a Guerra Mondiale. Si distingue sul Carso al comando della Brigata Bari. Deve eseguire gli ordini insensati e criminali di Cadorna che impone ripetuti attacchi frontali alle trincee nemiche. Scrive Caviglia " Dopo aver condotto per tre volte in un giorno la mia brigata, sempre più ridotta, contro trincee nemiche imprendibili, per la potenza del fuoco, i fili di ferro e la situazione dominante, ho ricevuto per la quarta volta l'ordine di partire ad un nuovo attacco. Costretto ad obbedire, non potendo impedire un così orribile sciupio della vita dei miei soldati, devo confessare che quel giorno ho avuto un momento di disperazione. Non ho mai sofferto tanto della stupidità della guerra che eravamo obbligati a fare."
Come comandante del XXIV Corpo d'Armata travolge il nemico nella battaglia della Bainsizza che sarebbe potuta essere risolutiva del conflitto se l'avanzata di Caviglia non si fosse dovuta arrestare per l'impreparazione degli altri reparti a sostenere l'offensiva. Nella disfatta di Caporetto, al comando del XXIV Corpo d'Armata tiene la posizione, a differenza di altri comandanti, in maniera magistrale e protegge la rotta della IIIa Armata con una grande impresa. Secondo Vittorio Emanuele Orlando, il Presidente del Consiglio della Vittoria, si può ritenere con un certo fondamento che salvò l'Esercito Italiano dalla sconfitta, cosa che sarebbe sicuramente avvenuta se anche la IIIa Armata fosse stata coinvolta nel disastro. Cadorna, Capello e Badoglio furono, a vario e diverso titolo, i responsabili della catastrofe.
Nel 1918 al comando dell'VIIIa Armata predispone e comanda l'offensiva di Vittorio Veneto, la decisiva e vittoriosa battaglia che conclude la guerra. Il Times di Londra scrive": La sobrietà dei comunicati italiani potrebbe far credere in alcuni ambienti che la Xa Armata di lord Cavan, abbia effettuato il movimento principale, mentre in realtà la parte principale dell'intero piano fu eseguita dall'8 armata del generale Caviglia".
Molto tempo dopo il Generale tedesco Keitel, dirà:" Voi italiani, avete avuto recentemente un generale che sarà considerato un giorno come uno dei grandi capi di questo secolo, come Luddendorf o Brauchitsch: il vecchio Caviglia. Le sue vittorie sugli altipiani di Asiago e della Bainsizza, le sue manovre a Vittorio Veneto avrebbero fatto invidia a Federico il Grande. E' una vergogna che non abbiate approfittato di queste capacità".
imagesUN922HKHIl Re d'Inghilterra lo stima e dopo la guerra lo incontra più volte, lo nomina Commendatore dell'Ordine del Bagno e gli assegna il titolo di "Sir". In tutti questi anni intanto aveva ottenuto medaglie e onorificenze che è inutile elencare. Valga per tutte la motivazione della medaglia d'argento al valore conferitagli per Caporetto:" A estrema difesa sull'Isonzo, indi in ripiegamento ordinato sul Tagliamento e oltre si oppone costantemente all'urto nemico, sempre fra le proprie truppe, dove più ferveva la mischia, imperturbabile, a tutto provvedendo, animando e sorreggendo i dipendenti con l'esplicazione continua ed incitante del più alto valore personale." È poi Senatore a vita, Ministro della guerra. Viene incaricato, obbedendo a malincuore ma ritenendo che la disciplina dell'esercito e delle Istituzione venissero prima di tutto, di rioccupare Fiume entrando così in contrasto con D'Annunzio. Maresciallo d'Italia nel 1926 rimane però, dopo un'appoggio iniziale, estraneo al Fascismo, verso il quale, dopo il delitto Matteotti, assume progressivamente nel corso degli anni atteggiamenti di critica e di opposizione. L'alba del 25 Luglio 1943, dopo il famoso Gran Consiglio dove viene sfiduciato Mussolini, Dino Grandi propone al Re, tramite il Ministro della Real Casa, duca D'Acquarone, di nominarlo capo del governo: "è il solo capo militare di alto e indiscusso prestigio di cui l'Italia disponga. Non è mai stato fascista, non ha mai ricevuto alcunché, è di carattere fermo, fiero e assolutamente indipendente, sempre del tutto estraneo alle vicende fasciste. Aggiungo per mia personale esperienza, che gode di grande stima e rispetto in molti circoli britannici, non solo per la sua fiera indipendenza, ma anche perché il corpo di spedizione britannico di Lord Cavan ha combattuto sul Piave e a Vittorio Veneto ai suoi ordini e a tale titolo è stato nominato maresciallo inglese. La famiglia Cavan è sempre rimasta con Caviglia in eccellenti relazioni... Per i suoi precedenti di non-fascista e per il suo prestigio e adamantino carattere sarebbe sicuramente il migliore e più degno capo del nuovo governo. Militari e civili ubbidirebbero a lui fiduciosamente." Il re invece sceglierà Badoglio. Nei giorni che seguono l'8 Settembre 1943 a più di 80 anni, mentre gli Alti Comandi si nascondono o fuggono, assume il comando militare di Roma dopo l'annuncio dell'armistizio, la fuga del Re, di Badoglio e del governo. Tratta con Kesserling per la resa della Capitale e la dichiarazione di Roma Città Aperta. Ritorna poi a Finalmarina dove si spegne il 22 Marzo del 1945. Questa la vita di Enrico Caviglia.
Sull'uomo ricordiamo le parole del grande Gaetano Salvemini, il quale dopo averlo conosciuto disse:" è un uomo superiore,..." . Caviglia era anche un uomo colto e curioso del mondo. Scrisse libri e vari articoli sul Corriere della Sera del suo amico Luigi Albertini.
Possiamo ricordare inoltre anche l'ammirato ricordo che i reduci avevano delle sue qualità umane. Come comandate di truppe era solito infatti effettuare ogni giorno lunghe ispezioni alle prime linee, dove rincuorava i soldati e si preoccupava anche di risolvere i loro problemi più immediati.
E grande era la stima che egli provava per i suoi soldati. Scrisse:" solo chi ha combattuto effettivamente la guerra con la fanteria, sul Carso e sull'Isonzo, può avere l'idea chiara dello spirito di sacrificio, del disprezzo della morte e della vita, dello spreco signorile ed altiero dell'esistenza, della tenace resistenza alle lunghe vigilie, nell'acqua e nel fango, sotto il bombardamento nemico, dimostrati dalla nostra fanteria. Fu una constatazione che mi commosse profondamente: una magnifica rivelazione. Nessuna fanteria avrebbe potuto fare di più."
Eppure, nonostante tutto ciò, è un uomo dimenticato, forse dai suoi stessi conterranei.
Anche molti storici, soprattutto stranieri, ne trascurano e sottovalutano la figura a favore di Armando Diaz, di Capello e addirittura di Badoglio.
Soltanto lo splendido e ricco libro di Pier Paolo Cervone, "Enrico Caviglia. L'anti Badoglio" ( Mursia), che è stato un riferimento per questo studio, gli rende onore e ne ha preservato la memoria.
La grandezza morale e le indiscutibili capacità di Caviglia di opporsi ad eventi soverchianti andrebbero oggi rammentate da tutti e portate ad esempio. Soprattutto in questa fase della Storia, in cui i tempi biblici occorrenti per la ripresa economica, la costruzione delle grandi infrastrutture e financo per il risveglio sociale e morale di una comunità narcotizzata e sempre più vecchia, sembrano contrastare con quelli brevi della vita degli uomini. Ma questa, come scriveva Kipling, è un'altra storia. Chiudiamo con le parole di Luigi Barzini, il quale in un articolo sull'Europeo nel 1968 scriveva: "So perché nessuno lo nominava sotto il passato regime. Era un uomo diritto, che non si piegava a compromessi, che non nascondeva le sue idee. Per questo Vittorio Emanuele preferì Badoglio e si giocò, anche con quella scelta, il trono dei suoi successori. So anche perché pochi lo ricordano oggi. È un italiano scomodo, troppo grande fisicamente e moralmente per i suoi (e i nostri) tempi, che rimpicciolisce gli altri al confronto. È meglio fingere che uomini come lui non siano mai esistiti, che non possano esistere".

                                                                                    Lorenzo Bianchi

 

 

Riferimenti Bibliografici essenziali:
Pier Paolo Cervone , Enrico Caviglia, l'antibadoglio. Mursia, Milano 1992
Pier Paolo Cervone, Vittorio Veneto, l'ultima battaglia, Mursia Milano 2004
Pier Paolo Cervone , I dittatori, le guerre e il piccolo re. Diario di Enrico Caviglia, Mursia, Milano 2009.
Pier Paolo Cervone, I signori della Grande Guerra, Mursia, Milano 2014
Gianni Pieropan, Storia della Grande Guerra sul fronte italiano, Mursia, Milano 1988
Basil H. Liddel Hart, La Prima Guerra Mondiale, BUR Rizzoli Storia 2014
Mario Silvestri, Isonzo 1917, BUR Rizzoli Storia 2014
Mario Silvestri, Caporetto , BUR Rizzoli Storia 2014
Antonio Gibelli , La Grande Guerra degli Italiani, BUR Rizzoli Storia 2014
Mario Isnenghi – Giorgio Rochat, La grande Guerra – Il Mulino - Storia d'Italia nel secolo ventesimo 2008
Angelo Gatti, Caporetto, Il Mulino- Arte della Guerra , 2014
Saverio Cilibrizzi, La disfatta di Caporetto, Edizioni Res Gestae, 2014
John Whittam, Storia dell'Esercito Italiano, casa Editrice Odoya, 2014
Dino Grandi, Nuova Storia Contemporanea, Anno XVII, N. 3, Maggio-Giugno 2003 – Le Lettere

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